Shomér ma mi-llailah I VOTI RELIGIOSI NELLA CULTURA DELLA COMUNICAZIONE (1)

Povertà, castità obbedienza. Perché?

“A te, Padre, ricco di misericordia, che nel battesimo mi hai comunicato la tua vita; in comunione con Gesù Cristo, tuo Figlio, che mi ha attratto alla sua sequela, nell’abbandono allo Spirito Santo che mi ha istruita nelle tue vie, Io, suor Elisabetta, faccio voto in perpetuo di povertà, castità e obbedienza, secondo la Regola di Vita delle Suore…”.

Non avevo mai assistito alla celebrazione di una professione perpetua. Grande mistero la vocazione! Ma l’evento a cui ho appena preso parte mi spinge a capirci qualcosa.

Tutti noi apprezziamo i piaceri terreni: benessere, ricchezza, amore, libertà. Ed ecco qui una persona che mette in secondo piano questi beni per dedicarsi unicamente a Dio e alla carità verso gli altri. E lo fa professando i voti di povertà, castità, obbedienza.

Ho osservato i presenti durante quella professione. Emozionati per l’evento a cui assistevano. Ma nessuna reazione alle parole di Elisabetta mentre dava testimonianza pubblica di elementi di vita tanto importanti. Quanto invece sono significative e coinvolgenti, per esempio, le parole dette da due sposi, al momento delle nozze!

Cosa c’entrano la povertà, la castità, l’obbedienza per una vita di preghiera e di dedizione agli altri? Conosco alcune persone “consacrate”, e non ho mai sentito nessuna di loro raccontare di essere riuscita in una determinata missione a motivo dei voti. Eppure, se vengono messe alla base della propria vita, dovrebbero essere la molla, la passione per quello che fanno.

Sono tante le cose a cui può votarsi un consacrato: la carità verso gli altri, l’educazione dei giovani, l’accoglienza degli emarginati, la difesa della giustizia, la stessa preghiera… Tutte cose apprezzate nella società. Perché allora professare i voti di povertà, castità e obbedienza? Tanto più che oggi, nella mentalità della gente, quelle parole sono considerate un giogo da spezzare piuttosto che un valore da difendere.

Da estraneo, voglio capirci un po’ di più. Cosa sono i voti religiosi? Sono richiami ideali, testimonianza “pubblica” dei valori evangelici. Qualcosa, dunque, che il pubblico possa vedere e da cui trarre coraggio, speranza. Perché non si riesce a cogliere la loro profondità di significato? Se fanno parte della risposta gioiosa a Dio che chiama, perché non emerge il piacere della vocazione?

La storia dei voti religiosi sono espressione di una Chiesa in evoluzione. La loro forma e il loro contenuto hanno subìto mutazioni, a seconda dei bisogni della comunità ecclesiale, e di come è stato interpretato e vissuto il Vangelo. Oggi ci troviamo di fronte a una nuova epoca: la cultura della comunicazione. È importante che i voti diano un messaggio vitale.

Nella Bibbia il “voto” ha un significato ben preciso. È un atteggiamento che il singolo o il popolo prende davanti a qualcosa che è doveroso cambiare: situazioni di dolore, di ingiustizia, di confusione. Gesù parla di “stile di vita”, da assumere, per condividere con Lui il sogno di Dio per l’umanità. Gli stessi motivi sottolineati nella Bibbia rendono necessari oggi i voti nella nostra storia. Fare il voto di povertà, castità, obbedienza è una forte presa di parola. Una parola che crea futuro.

Shomér ma mi-llailah? Sentinella, quanto resta della notte?” (Isaia 21,6-12). Il grido di ogni donna e uomo che cerca un senso per la vita, viene rivolto a una sentinella, una persona che sa guardare più lontano di quanto possano fare loro. Quando terminerà l’oppressione? Quanto resta ancora da attendere? Quando vedremo finalmente spuntare dell’alba?

È tremenda la notte, le tenebre, l’esperienza di un mondo in cui Dio non è più punto di riferimento. “Siamo nati per morire con un urlo dentro che nessuno può sentire…”, canta il rapper Mostro (Giorgio Ferrario).

La sentinella di Isaia non ha tutte le risposte. Mostra però, con il suo stile di vita, una alternativa. Ha due parole nuove capaci di far intravedere la luce. La prima è l’invito a voltarsi verso il Dio della salvezza. L’altra è: “venite!”. Un incoraggiamento a incamminarsi insieme sulle strade del sogno di Dio.

Con i voti di povertà, castità, obbedienza, i religiosi portano la speranza sulle vie del mondo, mostrano che il Regno di Dio è già qui presente. Riescono a vedere l’invisibile e dicono: “Venite!”. Viene voglia di muoversi, come i pastori a Betlemme: “andiamo a vedere!”.

I tre voti sono un trampolino per essere: con la povertà, faro di giustizia; con la castità, dono di amore; con l’obbedienza, creatori di una nuova umanità.

di Christian Ricci

pubblicato nella rivista SE VUOI

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