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La conversione di Paolo [4]

Quale Dio serviamo e annunciamo?

Incontro tenuto nella Comunità Paolina “Primo Maestro” di Roma, in occasione della festa della Conversione di san Paolo, da don Francesco Cosentino – Docente di Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana e Officiale presso la Segreteria di Stato Vaticana. [QUARTA PARTE – FINE]

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In quale Dio crediamo?

Questo è il paradosso della storia di Paolo e anche della nostra conversione: proprio quando non vede più nulla, allora può vedere Dio. A volte abbiamo bisogno di questa situazione radicale nella nostra vita, abbiamo bisogno che crollino le certezze, le sicurezze, i progetti, tutte quelle lenti attraverso cui pensiamo di vedere e di vedere bene anche Dio, mentre in realtà siamo ciechi; fino a toccare con mano la nostra fragilità e la vertigine del fallimento, e non vedere più nulla. Allora, in quel momento, se ci arrendiamo a Dio, cadono le squame dai nostri occhi e dal nostro cuore, e la vita ricomincia in un modo nuovo. Se tutto ciò che è “vecchio” si oscura, allora possiamo aprirci a una nuova visione. Se si oscurano in noi le false immagini di Dio, che ci danno sicurezza religiosa, ci fanno sentire sopra gli altri, ci rendono rigidi giustizieri o moralisti, allora scopriamo il vero volto di Dio, il Dio della tenerezza e della misericordia.

Ecco che allora, la domanda su quale Dio serviamo e annunciamo è strettamente legata a quella più personale che ci riguarda da vicino: in quale Dio crediamo? Quali sono le immagini e le rappresentazioni di Dio che motivano e sostengono la nostra vocazione, il nostro modo di essere, la nostra preghiera, i nostri atteggiamenti, le nostre relazioni?

Possiamo avere immagini di Dio che, invece di essere liberanti, sono oppressive oppure fungono semplicemente da “tappabuchi” per le nostre questioni irrisolte, quasi come se fossero una sponda cui appoggiarci, un surrogato, un modo per sentirci protetti o sicuri. Possiamo immaginare Dio come un contabile puntiglioso o un giudice severo e, così, rischiamo di sviluppare un atteggiamento religioso alimentato dalla paura di non essere accettati o di essere puniti. Possiamo coltivare immagini di Dio e rappresentazioni della fede centrate eccessivamente sul peccato e sul sacrificio, generando in noi stessi – e quindi poi negli altri – il senso di colpa, il timore del giudizio e una crescente ansia di prestazione religiosa. troppi sono i “bravi” cristiani che soffrono: esteriormente ligi e perfetti, ma interiormente abitati da un certo disagio interiore, dall’incapacità di accogliere serenamente i propri limiti, da un giudizio di valore sulle proprie fragilità, da un sentimento religioso che è sempre più angosciante che liberante e gioioso. Il tutto, dobbiamo dircelo, talvolta alimentato dai toni accusatori e moralisti della predicazione e dell’annuncio cristiano, di certe omelie, di alcune catechesi e di tutto un mondo devozionale, che suscita rimorsi, eccessi di scrupolo e sensi di colpa.

Interroghiamoci su questo: nella nostra vita personale e, poi, nel nostro ministero e apostolato, in quale Dio credo? Da quale immagine dovrei liberarmi o quale immagine di Dio, di fede, di Chiesa ha bisogno di essere purificata e rinnovata alla scuola del Vangelo? Quale volto di Dio presento agli altri?

Entriamo senza paura in questo discernimento. La conversione di Paolo è per noi di grande aiuto e consolazione: egli ha incontrato Dio proprio quando non vedeva nulla. Se anche crollasse il nostro impianto religioso e si offuscasse la nostra visione religiosa delle cose, quello può essere il momento propizio perché Dio si riveli alla nostra vita.

Chiudo con le parole di Anselm Grün: “Paolo ha conosciuto i propri limiti in modo molto doloroso. Soffriva pure di un male ch’egli avvertiva come imbarazzante. E poi non era un grande oratore: questo, addirittura, gli venne apertamente rinfacciato dai Corinzi. Ciò nonostante, Paolo è riuscito in imprese che parevano impossibili. Si è lasciato permeare dalla potenza di Gesù Cristo. Paolo ci sfida a non contare sulle nostre sole forze, ma a renderci permeabili allo Spirito e alla potenza di Gesù Cristo. Cristo opera nel mondo attraverso le nostre forze e le nostre debolezze”.