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Messaggio del XXI Capitolo provinciale ai collaboratori laici

«Che sogno avete per la vostra vita?». Questa sollecitazione che ci ha lasciato don Armando Matteo al termine del suo intervento, vogliamo rilanciarla a ciascuno di voi, amiche e amici collaboratori della Società San Paolo in Italia. Anzi, vogliamo condividere il sogno che abbiamo fatto nel XXI Capitolo provinciale che si è svolto ad Ariccia, nella Casa Divin Maestro, dal 10 al 18 ottobre 2020.

Il Capitolo provinciale è l’assemblea di tutti i Paolini d’Italia, rappresentati dai Superiori e dai delegati delle comunità, con il compito di eleggere i consiglieri che affiancano il Superiore provinciale e di elaborare il programma da portare avanti nei successivi quattro anni. Eravamo dunque 32 capitolari e insieme abbiamo riflettuto, discusso, votato. In particolare, come abbiamo scritto nell’introduzione al Documento programmatico finale, «ci siamo interrogati sui valori fondanti del nostro battesimo e sul nucleo del nostro carisma, per poter riprendere a sognare insieme, avere una visione condivisa del nostro futuro e metterci in ascolto del “magistero della realtà”».

Ogni parola di questa citazione andrebbe spiegata, ma chi desidera può approfondire le tematiche del Capitolo collegandosi al sito paolinitalia.it/capitolo. In particolare, troverà i testi e i video degli interventi dei quattro relatori che ci hanno aiutato nella riflessione iniziale: la teologa Michelina Tenace, il teologo don Armando Matteo, l’economista Luigino Bruni e il biblista don Primo Gironi. È stato quest’ultimo, sacerdote paolino, a illustrarci il tema del Capitolo, tratto dal Vangelo di Luca: «Li mandò a due a due davanti a sé» (10,1). Il senso profondo di questa espressione è nella dimensione comunitaria della missione che Gesù affida a tutti i cristiani, e quindi anche a noi Paolini e a voi che collaborate con noi. È una missione che, ha ben spiegato don Gironi, «non deve avere lo stile del missionario isolato, che fa leva sulla propria autoreferenzialità, sulle proprie capacità e risorse, ma deve avere lo stile della comunione e della fraternità». E non si tratta solo di uno stile, ma della sostanza. Gesù infatti, «non vuole che i suoi discepoli trasmettano un insegnamento né una morale, come veniva interpretato nelle passate traduzioni il testo di Matteo 28,19: “Andate e ammaestrate tutte le genti”… Vuole invece che trasmettano l’esperienza fraterna e comunitaria del discepolato, come ora è tradotto il testo di Matteo: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”».

È a partire da questo principio che anche noi, insieme con voi, vogliamo rivolgerci agli uomini e alle donne del nostro tempo, per annunciare il Vangelo. Coscienti che dobbiamo sempre ascoltare quello che don Armando Matteo ha chiamato il «magistero del reale». Si tratta, in altre parole, di dare il buon cibo del Vangelo «agli uomini e alle donne che abbiamo oggi concretamente davanti». Ma com’è la situazione? Per certi versi è drammatica: tra le nuove generazioni c’è un crescente agnosticismo; è sempre più ampia la disaffezione dell’universo femminile rispetto alla comunità cristiana (fenomeno che la nostra rivista Jesus ha definito lo “scisma” delle donne). In breve, si è interrotta la trasmissione intergenerazionale della fede e la pastorale attuale mostra sempre più la sua inadeguatezza. Che cosa fare? Ecco una delle indicazioni di don Matteo: «Si tratta di rivisitare e ridisegnare l’intero spazio ecclesiale nella logica dell’evangelizzazione. Il cristianesimo che oggi serve è “un cristianesimo dell’innamoramento, dell’amicizia, del contagio, del riflesso”».

Sulla scia di queste parole si è mosso anche l’intervento di Luigino Bruni, quando ha spiegato che Dio parla nella storia. «Prima di arrabbiarci perché il mondo è cattivo», ha detto, «bisogna chiederci che cosa ci sta dicendo. Il mondo è una cosa seria, è un luogo teologico». E a proposito del nostro impegno di religiosi paolini, di consacrati, ci ha poi ricordato che per affrontare certe difficoltà attuali e prendere decisioni adeguate occorre, «oltre a un coraggio carismatico e alla fede che il proprio carisma è ancora in grado di avere figli e nipoti (ricordando sempre l’antica saggezza del proverbio africano: “Chi si mangia i figli non vedrà mai i nipoti”), anche una grande generosità da parte dell’attuale generazione di mezzo degli ordini religiosi, che dovrebbe mettere la felicità dei giovani prima della propria».

La radice di tutto, per noi religiosi, ma anche per voi laici, è nel comune battesimo. Qui è anche la soluzione per un nuovo cammino apostolico da vivere insieme. Lo ha spiegato bene la teologa Michelina Tenace. «La fede cristiana», ha detto, «non consiste nell’assenso ad una idea, ma si realizza perché avviene l’incontro con una persona divina, il Figlio, dal volto umano, Gesù Cristo, trasmesso da persone umane, trasmesso dalla comunità ecclesiale che sono persone e non strutture…». È una riflessione importante anche per i rapporti nei nostri luoghi di lavoro. «La perdita del senso del battesimo negli stessi battezzati», ha aggiunto la Tenace, «ha portato a una degradazione del senso della vita, della persona, della comunione e al crollo di quei valori che creano cultura di vita: libertà, creatività, solidarietà».

Care amiche e cari amici collaboratori, abbiamo voluto condividere con voi queste riflessioni, il nostro “sogno”, perché vi sentiate sempre più partecipi della missione che portiamo avanti attraverso le nostre attività apostoliche. Nonostante i nostri limiti e le imperfezioni, sentiamo di essere depositari di una grande eredità carismatica. E vogliamo davvero camminare insieme, con coraggio e fiducia, per rispondere alle sfide di questo nostro tempo, fortemente segnato dal digitale, annunciando la fraternità, l’amicizia e la comunione di vita che già i primi discepoli hanno condiviso con Gesù. Ci incoraggiamo a vicenda, allora, perché nelle nostre comunità, in tutti gli ambienti in cui ci troviamo, nelle nostre famiglie, mettiamo sempre in pratica questa straordinaria esortazione di san Paolo: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (Efesini 4,31-32).

Ariccia, 18 ottobre 2020

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