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Sintesi sulla relazione
"Chiesa e comunicazione oggi"

Proproniamo una sintesi della relazione su “Chiesa e comunicazione oggi”, di mons. Domenico Pompili, Vescovo di Rieti e Presidente della commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali.

Premessa: l’annuncio del Vangelo avviene in una situazione ben nota; siamo una minoranza in un contesto plurale. Il punto di partenza, allora, è guardare con realismo al nostro contesto quotidiano. E così scopriamo che oggi c’è per lo più indifferenza verso Dio, non contestazione o dubbio. Non siamo più nel contesto di un «Quaesivi et non inveni» (Ricciardetto  [1]). Tutto questo tocca la Chiesa in modo acuto, anche per le conseguenze degli scandali che ne hanno minato, forse in modo irreversibile, la credibilità. La buona notizia è, però, che tra Dio e la Chiesa c’è Gesù Cristo. E Gesù Cristo conserva un fascino irripetibile, e le sue parole continano a colpire e a interrogare. Dobbiamo sentire la profondità delle parole del Prologo di Giovanni: «Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio Unigenito, che è Dio, è lui che c’è l’ha rivelato» (1,18); dobbiamo riscoprire la gioia del Vangelo (Evangelii Gaudium); dobbiamo tornare a evangelizzare!

Sul tempo che stiamo vivendo sottolineiamo alcuni punti:

1) La nostra non è un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca. Vi è un cambio di paradigma.

a) Abbiamo di fronte una quantità di criticità nella sfera sociale ed economica che non sono dovute solo ad un ripiegamento orizzontale dell’uomo. Ci sono nel mondo e nella società vere e proprie strutture di peccato (Giovanni Paolo II, Sollecitudo rei socialis).

b) Dobbiamo agire in un contesto culturale consumistico, nel quale la religione per molti perde di significatività (Pasolini diceva che la religione sarebbe diventata folklore); in questo contesto conta sempre di più l’apparenza che la sostanza.

c) Siamo in una società dove domina la comunicazione. Si offrono continuamente nuovi ambienti comunicativi e linguaggi ma tutto è in continua evoluzione. Siamo nell’epoca dell’uomo iperconesso. E tutto questo segna anche le tappe e l’evoluzione della cultura.

d) Tutto questo ci dice che la fede deve incarnarsi in una cultura nuova, con sfaccettature inedite, alla quale noi evangelizzatori ci troviamo impreparati. Ci rendiamo conto che la fede in questo nostro contesto culturale è spesso relegata alla sfera dell’individualità e dell’emotività. In molti è forte il rifiuto a qualsiasi confronto.

Detto questo non possiamo non sottolineare anche alcune patologie che colpiscono proprio noi:

a) L’accidia, che è una patologia del desiderio. Ognuno si sente libero di divulgare quello che vuole sui social. Nel nostro tempo non si sa coltivare neanche un amore. L’accidioso è un vizio “antiapostolico” perché è come una paralisi che finisce per non farci più accettare i ritmi della vita, con le loro esigenze di maturità e disponibilità. Il prete fannullone è oggi un problema diffuso. L’accidia si manifesta anche nel nostro modo di vivere la Chiesa; questo “demone” ci fa perdere la visione d’insieme, e allo stesso tempo ci porta a disperderci in tante piccole, e spesso poco importanti, cose! L’accidia produce quindi “disgregazione”.

b) Il pessimismo sterile, che è un senso di continua sconfitta che ci trasforma in persone perennemente scontente, ormai incapaci di vedere altro che rovine e guai. È ciò che diceva Giovanni XXIII parlando di “profeti di sventura” (Gaudet Mater Ecclesia).

c) La mondanità spirituale, che è un modo di essere che ha molto a che fare con lo gnosticismo e il pelagianesimo.

d) La guerra tra di noi, che è ormai in molte situazioni e contesti ecclesiali una condizione permanente. Nella Chiesa c’è un tasso di aggressività (odio, divisione, calunnie sui social…) che in passato non conoscevamo.

Ora non dobbiamo concludere con un totale scoraggiamento. Nella Chiesa ci sono tante energie positive, anche nel nostro tempo. Dobbiamo scoprirle e rivitalizzarle. Forse anche guardando con occhi e cuore meno “clericali”. Ci sono, infatti, almeno quattro soggetti che vanno rivalorizzati: i laici, le donne, i giovani e le vocazioni. I laici sono il 98% dei credenti! Un patrimonio di fede, di energie e di creatività per la Chiesa che è ancora fermo e non apprezzato pienamente. Un gigante addormentato, o meglio “costretto” all’inoperosità.

Riguardo alle modalità comunicative della nostra azione apostolica, come sempre possiamo guardare a san Paolo per imparare. Come Paolo, infatti, dobbiamo cercare di comprendere il mondo in cui viviamo e operiamo. Non possiamo più illuderci: non siamo più al centro del villaggio, non siamo un polo di attrazione. Siamo noi che dobbiamo muoverci e “andare” agli altri. Il che, dopo tutto, ci riporta alle origini del modo di essere Chiesa. È interessante notare che il cristianesimo si è diffuso prima nelle città e poi nelle campagne. Oggi, al contrario la fede sembra sopravvivere nelle zone rurali (considerate dalla cultura laica “retrograde” e “conservatrici”, poco aperte alle novità) mentre fatica a sopravvivere nei grandi centri urbani, divenuti per la cultura odierna icone e spazi di libertà, pluralismo, inclusività, novità e creatività.

In questo nostro tempo sembra quasi impossibile allora “fare” ciò per cui abbiamo scelto di dedicare la nostra vita. Già K. Rahner nel 1968 parlava del prete come una persona dal cuore trafitto. È evidente che in questa situazione si richiede nella Chiesa, tra ministri, apostoli ed evangelizzatori una maggiore sinergia nell’affrontare le cose da fare. Si tratta, inoltre, di ritornare a una certa sobrietà e realismo. Non il bene dell’uomo, ma le strutture spesso dettano l’agenda: non multa, sed multum. È allora utile, anzi necessario, ritrovare quello spirito di laboriosità e sobrietà che permise al beato Giacomo Alberione di ottenere così “tanto” partendo dal “poco”. E papa Francesco, da parte sua, evidenzia l’importanza della categoria di “tempo” e ci invita a recuperare la freschezza sorgiva del Vangelo nell’evangelizzazione delle periferie. È Cristo che da dentro ci spinge per uscire da noi stessi per andare verso ogni forma di miseria, altrimenti diventiamo autoreferenziali (come la donna curva del Vangelo) e quindi inutili all’evangelizzazione. Gesù bussa da dentro di noi per andare verso l’uomo (cf. Ap 3,20). Quindi solo attraverso la contemplazione di Gesù Cristo, il riconoscimento della sua presenza tra noi e in noi, può attivarsi la nostra missione, il nostro andare alle periferie del mondo.

2. Oggi è necessario saper integrare l’immaginazione nella comunicazione.

La Chiesa moderna per una malintesa forma di attenzione alla razionalità positivistica ha fatto sì che si perdesse l’immaginazione. È accaduto che i media abbiano colonizzato l’immaginario pubblico e, in tale contesto, contrariamente a quello che immaginavamo, il dato religioso non è scomparso di scena, anzi è vivo, ma è rivisitato e vissuto in maniera surrogata (pubblicità ecc.). La Chiesa ha accolto la sfida della modernità ma deve saperla affrontare con competenza. Come paolini siamo chiamati a un’attenzione specifica stando dentro i linguaggi: qui dobbiamo vivere la nostra fede e qui si svolge la nostra missione. Cf. Nicolas Steeves, Grazie all’immaginazione. Integrare l’immaginazione in teologia fondamentale, Brescia, Querianiana, 2018. Il linguaggio di Gesù fa leva sull’immaginazione, che non va confusa con “fantasia”. Se le cose non toccano la nostra immaginazione non entrano in noi. Solo un linguaggio simbolico che apre a scenari “ulteriori”, a “possibilità nuove”, che promette di “farci superare l’empasse” può, di fatto, toccare il cuore dell’uomo, che spesso troviamo ferito, bloccato, privato di speranza.

Voi paolini, afferma infine mons. Domenico Pompili, siete posti davanti a una sfida: avete reso familiare nell’azione apostolica della Chiesa il linguaggio del giornale, del cinema... ora siete chiamati al linguaggio digitale. Tenendo però ben saldi alcuni punti:

a) Discernimento: va vissuto come consolazione e non come desolazione. Guardare a ciò che sta accadendo, ma guardando come san Paolo. È vero, Dio oggi non è più così evidente, la trascendenza, per molti, non è più ovvia. Quindi dobbiamo acquisire quell’atteggiamento di fondo di cui san Paolo si fa interprete (Areopago: cf. Atti), concentrando l’attenzione sul desiderio di Dio. Dio non è lontano: in lui viviamo, esistiamo e verso lui andiamo.

b) Parlare la lingua corrente: la comunicazione è fondata su immagini, suoni, e, poche, parole scritte. Ci troviamo oggi in una cultura dell’oralità secondaria. I tempi, i ritmi della comunicazione, dei messaggi sono fondamentali. Non bastano contenuti puliti, sono importanti i ritmi. Dobbiamo misurarci su queste realtà, dobbiamo conoscere le nuove modalità comunicative.

c) Attenzione al feedback. È necessario capire se le nostre comunicazioni sono efficaci e se hanno ricevuto attenzione e prodotto una risposta. Solo guardando all’interlocutore e intercettando la sua reazione possiamo comprenderne i reali bisogni che lo caratterizzano.


Note

[1] Sotto lo pseudonimo di «Ricciardetto» scriveva Augusto Guerriero (1893 Avellino - 1982 Roma), giurista insigne. Editorialista del Corriere della Sera e collaboratore di vari settimanali e di Epoca è anche autore di molte opere giuridiche e saggi di critica religiosa. Negli ultimi anni della sua vita si è dedicato agli studi di critica neotestamentaria e della Formgeschichtliche Methode di Rudolf Bultmann. Porta quindi, per la prima volta, a conoscenza del grande pubblico italiano i risultati di quelle ricerche sulle origini del Cristianesimo e sul Gesù storico, divulgandoli, su Epoca. Raccoglierà questi scritti nei due volumi Quaesivi et non inveni e Inquietum est cor nostrum. La sua continua ricerca di Dio gli guadagnerà le visite di Madre Teresa di Calcutta che tenterà di convertirlo, ma invano, alla fede cristiana.

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